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Ciancimino e figlio,Annozero, puntata del 8 Ottobre 2009


Vito Calogero Ciancimino (Corleone, 2 aprile 1924 – Roma, 19 novembre 2002) è stato un politico e criminale italiano, appartenente alla Democrazia Cristiana e facente parte di Cosa Nostra.Figlio di un barbiere di Corleone, si diplomò ragioniere nel 1943 e ricoprì, nella città di Palermo, la carica di assessore comunale ai lavori pubblici dal 1959 al 1964. In questo periodo egli non si oppose al cosiddetto "Sacco di Palermo".Eletto sindaco di Palermo per la Democrazia Cristiana nel 1970, era insieme al suo predecessore Salvo Lima, il leader siciliano della corrente politica "Primavera", guidata a livello nazionale da Giulio Andreotti.Durante gli anni della speculazione edilizia palermitana, sotto il sindaco Ciancimino, venne emesso il numero record di licenze edilizie, gestite dalla mafia di Corleone ma che risultavano intestate invece a tre persone nullatenenti (cosiddetti prestanome).Nel 1984 il pentito Tommaso Buscetta lo definisce "organico" alla cosca dei corleonesi: nello stesso anno Ciancimino viene arrestato, e nel 2001 sarà condannato a tredici anni di reclusione per favoreggiamento e concorso esterno[?? una sentenza favorevole dopo le dichiarazioni di buscetta] in associazione mafiosa. Nel 1985 la DC lo espulse dal partito, e pochi giorni prima che morisse, il comune di Palermo gli presentò un'ingente richiesta di risarcimento, pari a 150 milioni di euro, per danni arrecati all'amministrazione comunale: di questi l'ex politico ne consegnò solo sette. Vito Ciancimino rappresenta la pagina più nera per l'amministrazione comunale di Palermo. I magistrati che indagarono su di lui lo definiranno «la più esplicita infiltrazione della mafia nell'amministrazione pubblica».
Wiki-Link  Questa la presentazione del "capofamiglia".

Personalmente più che un politico lo definirei un mafioso. Il suo ruolo di sindaco durò appena 15 giorni. La sua presenza al comune di Palermo, anzi nella sedia dei sindaci eletti successivamente, era constante, come tutti qui sappiamo. Se fosse stato un semplice uomo politico non avrebbe potuto imporre la sua presenza a tutti i sindaci eletti successivamente.
Già ma i figli non devono pagare le colpe dei genitori, giusto!
Sembrerebbe, per sua affermazione ad "annozero", che questo figlio Massimo non sia proprio uno stinco di santo. Ha detto che ha qualche pendenza con la giustizia.
Perchè sta parlando, cosa cerca, cosa vuole ottenere? E' solo un mitomane? Non credo! Lui parla per un motivo preciso.Metterà in "mezzo" molta gente, anche politici.Non ha paura? Evidentemente no, quelli di cui parla o parlerà non gli fanno paura.
Sembra assodato che i Ros abbiano intrapreso una specie di patto con il defunto don vito, lo Stato gli assicurava una vita più facile e lui doveva consegnare i suoi compari latitanti.
Lo Stato che scende a patti....grande scandalo! Giusto. Ma non è la prima volta e nemmeno sarà l'ultima e poi consentitemi di avere forti dubbi sulla autenticità di questo patto,.Nel senso che probabilmente i Ros cercarono solo di fare i "fatti loro", altro che "papello".Perchè dico questo è semplice, alla fine ,i boss vennero tutti arrestati! Se questo vi sembra un patto......
In Sicilia abbiamo conosciuto carabinieri come il Gen.C.A.Dalla Chiesa, massacrato insieme alla moglie dalla mafia. Questi i Carabinieri che conosciamo e per i quali possiamo avere solo rispetto.
1-La perquisizione in casa reina non venne fatta. Fu arrestato per strada. La famiglia ebbe il tempo di mettersi in salvo. Anche questo sembrerebbe un patto con i Ros a non voler pensare ad una distrazione o dimenticanza. Il patto è verosimile, visto che da queste parti, la famiglia non si tocca. Molti potrebbero pensare che sia stata svuotata la casa da chissà quali segreti, tesori o papelli.E' sempre il risultato che conta, cioè tutti in galera, mai vista un'operazione simile in 50 anni.
2-Il compianto Giudice Borsellino venne assassinato,insieme alla scorta, sotto casa della madre. Stranamente il marciapiede antistante il portone, non era libero da auto parcheggiate, di cui una con l'esplosivo. Chi abita a Palermo sa bene che tutte le residenze dei Giudici erano controllate, così pure i parcheggi erano assolutamente vietati, bastava fermarsi un attimo per essere redarguiti aspramente, polizia CC,GdF e soldati, si i famosi soldati che Napoli non voleva, chissà perchè.
3-L'agenda rossa del Giudice Borsellino. Sparita dalla borsa che un teste asserisce in TV di aver consegnato ad un'ufficiale dei CC in alta uniforme.
4-Il Giudice Borsellino sapeva del "patto".Venne informato dalla ex segretaria del compianto Giudice Falcone, verosimilmente si sarebbe ribellato, non c'è dubbio.
5-Il ministro Martelli asserisce di aver trovato resistenze alla camera, allorquando doveva passare una legge che inaspriva le pene ai mafiosi, questa è un'altra storia.Andiamo a vedere chi faceva ostruzionismo.
Tutti questi punti ed altri devono essere chiariti.

Quello che non quadra è dove è finito il danaro della cosca di Corleone e di
Ciancimino, il famoso assessore ai lavori pubblici del "sacco" edilizio degli anni di piombo di Palermo.Possibile che il figlio non ne sappia nulla?
Ed ancora si ipotizza che il Giudice Borsellino venne ucciso perchè a conoscenza del patto tra ros e mafia.
Personalmente ritengo che il compianto Giudice fosse un morto vivente e che la sua fine era stata deliberatadal solito tribunale di Corleone, da tempo, forse insieme all'amico di infanzia compianto Giudice Falcone.
Il motivo? Non serve un motivo, se sei ......contro di loro è più che sufficiente.
Qui abbiamo addirittura un processo con centinaia di condanne.Cose mai viste da queste parti in secoli di mafia!
Lo dimostrano le decine di magistrati ed investigatori uccisi senza pietà (il 99% erano siciliani).
Si, perchè io ho visto tanti corpi massacrati di investigatori e giudici ed anche gente comune e mafiosi, in questo mezzo secolo.Qui l'omicidio era cosa normale di tutti i giorni.Non era normale trovare qualcuno che parlasse. Anche gente comune e specialmente! Facciamoci i fatti nostri che campiamo cent'anni!
Ad esempio mi vengono in mente i Giudici Chinnici e Costa, perchè nessuno ne parla mai? Chinnici venne ucciso con la stessa tecnica dell'esplosivo, da queste parti l'esplosivo era privilegiato rispetto le armi tradizionali.
foto omicidio Chinnici
Ricordo pure che i vari condomini della città, dove abitavano Magistrati, ebbero un momento di smarrimento, arrivando a chiedere ai Giudici di cambiare casa.
Intendo bene che per chi abita al nord italia o per qualcuno anche di qui è difficile pensare che un uomo come riina abbia potuto tenere in scacco lo Stato per tanto tempo. L'uomo riina non era meno di altri uomini che hanno avuto il ruolo di capo, non c'è alcuna meraviglia da queste parti per chi conosce la storia siciliana. A Palermo si arrivò a contare circa 2000 uomini "d'onore" più i vari soldati e affiliati non oso pensare il numero totale che è stato certamente di tutto rispetto.

Qui c'è un link ad un'altro capo storico di cosa nostra, successivamente ucciso da Liggio o Leggio, il Dr Navarra, primario ospedaliero e boss dei boss.
Ricordo che mentre era in piedi il maxiprocesso il compianto Giudice Borsellino chiese ed ottenne il trasferimento.
Le inchieste avviate da Chinnici e portate avanti dalle indagini di Falcone e da tutto il pool portarono così a costituire il primo grande processo contro la mafia Questa reagì bruciando il terreno attorno ai Giudici: dopo l'omicidio di Giuseppe Montana



e Ninni Cassarà nell'estate 1985, stretti collaboratori di Falcone e Borsellino, si cominciò a temere per l'incolumità anche dei due magistrati, che furono indotti per motivi di sicurezza a soggiornare qualche tempo con le famiglie presso il carcere dell'Asinara (incredibilmente dovettero pagarsi le spese di soggiorno e consumo bevande, come ricordò Borsellino in un'intervista), dove gettarono le basi dell'istruttoria. Ma il 16 novembre 1987 diventa una data storica e insieme un momento fondamentale per il Paese, che per la prima volta inchioda la mafia traducendola alla Giustizia. Il Maxiprocesso sentenzia 360 condanne per complessivi 2665 anni di carcere segnando un grande successo per il lavoro svolto da tutto il pool antimafia. Borsellino già era a Marsala da 1 anno! Nel dicembre 1986, Borsellino viene nominato Procuratore della Repubblica di Marsala e lascia il pool..... LinkWiki

Borsellino a Marsala
Borsellino chiese ed ottenne (il 19 dicembre 1986) di essere nominato Procuratore della Repubblica di Marsala. La nomina superava il limite ordinariamente vigente del possesso di alcuni requisiti principalmente relativi all'anzianità di servizio.
Secondo il collega Giacomo Conte la scelta di decentrarsi e di assumere un ruolo autonomo rispondeva ad una sua intuizione per la quale l'accentramento delle indagini istruttorie sotto la guida di una sola persona esponeva non solo al rischio di una disorganicità complessiva dell'azione contro la mafia, ma anche a quello di poter facilmente soffocare questa azione colpendo il magistrato che ne teneva le fila; questa collocazione, "solo apparentemente periferica", fu secondo questo autore esempio della proficuità di questa collaborazione a distanza. 
Da capire quale fosse il vero motivo per cui Paolo Borsellino chiese il trasferimento. Forse i due Giudici amici ritennero opportuno dividersi per evitare di essere uccisi insieme. Questo è il famoso video dell'intervista al Giudice Borsellino fatta da due giornalisti (francesi??) se ascoltate attentamente non dice proprio nulla di rilevante sul cavaliere di arcore. Solo discorsi generici, evidentemente o non poteva o non c'era niente da dire. Il video di cui parla Travaglio cosa si evince dall'ascolto lo sentirete voi stessi,


Cosa dice, anzi cosa gli viene chiesto ? Se conosce tizio, caio e sempronio. Lui risponde che di Mangano conosce gli atti perchè nel maxiprocesso di Dell'Utri ha sentito parlare e di Silvio, non risponde. E' probabile (in qualche caso è sicuro) che qualche imprenditore abbia ricevuto e continui ad avere danari da cosa nostra da investire , questo di Calcestruzzi spa è un caso già assodato. Chi è venuto in possesso del video l'ha tagliato, accorciato è venuto fuori qualcosa che si sente e no dove il movimento delle labbra non corrisponde alle parole.Ogni giornalista ed ogni Blog ha detto la sua e ha fatto un titolo diverso. Insomma la mafia fa "odience".Ci vogliono prove e riscontri, non bastano congetture.Il sistema del Giudice Falcone era esattamente quello di trovare le prove come in questo caso Contrada. Senza prove e riscontri si rischia di alzare solo polveroni che metterebbero in ombra la vera lotta a cosa nostra.

Il 15 ottobre 1991 Giovanni Falcone è costretto a difendersi davanti al CSM in seguito all'esposto presentato il mese prima (l'11 settembre) da Leoluca Orlando. L'esposto contro Falcone era il punto di arrivo della serie di accuse mosse da Orlando al magistrato palermitano, il quale ribatté ancora alle accuse definendole «eresie, insinuazioni» e «un modo di far politica attraverso il sistema giudiziario». Sempre davanti al CSM Falcone, commentando il clima di sospetto creatosi a Palermo, affermò che «non si può investire nella cultura del sospetto tutto e tutti. La cultura del sospetto non è l’anticamera della verità, è l’anticamera del khomeinismo»
.LinkWiki

Conflitti al Tribunale di Palermo e politici - parla Caponnetto
continua...





La questione meridionale

Il sud dentro il sud
Una elevata prevaricazione interna che ha creato un sud dentro il sud..
In Calabria, Sicilia e Campania non c'è un vero mercato, non c'è libera concorrenza, ma prevalgono forme di produzione e di accumulazione pre- moderne, basate sulla violenza e sull'illegalità, che consentono alle mafie di produrre un "fatturato" stimato (forse per difetto) in 130 miliardi di euro, corrispondente al 40% del Pil meridionale e al 10% di quello italiano.
Un'incidenza davvero ragguardevole, ben oltre i limiti fisiologici tollerabili, maggiore di quella derivata dal fatturato di alcuni grandi gruppi industriali italiani.
Un fiume di denaro che, oltre a sfuggire in gran parte al fisco, fa della criminalità uno dei soggetti principali dello scenario economico e finanziario del Paese, con articolazioni importanti in diversi Stati europei, dell'est e dell'ovest.
A ben pensarci, senza questo 10% d'origine malavitoso forse l'Italia non potrebbe sedere nel club del G8. Molti, soprattutto all'estero, si chiedono: perchè lo Stato democratico, i diversi governi succedutisi non hanno mai intrapreso una lotta seria, definitiva contro le organizzazioni criminali?
Il pensiero corre ai voti che le mafie convogliano sui partiti di governo. Ma il voto, da solo, non basta a spiegare un fenomeno così potente e radicato.
In realtà, la motivazione principale credo stia in questi enormi flussi di capitali che, per vari canali, anche leciti, affluiscono nel sistema economico e nel circuito finanziario nazionale ed internazionale.
Insomma, senza questo apporto, ormai consolidato, verrebbe a mancare un pilastro finanziario importante, difficilmente sostituibile con risorse lecite.

Immigrazione e federalismo egoistico
Ma torniamo al Meridione dove al permanere di dinamiche così perverse si registra l'attivazione di alcune più virtuose che hanno favorito l'emancipazione economica di talune regioni.
Tutto ciò è successo nel corso degli ultimi tre lustri (1992-2007), ovvero durante la lunga e confusa (e non conclusa) fase della transizione politica italiana, apertasi con l'esplosione di "tangentopoli" (1992) che ha travolto il sistema politico della "prima Repubblica" e capovolto i termini del tradizionale rapporto nord-sud.
Nel senso che, anche grazie alle pressioni ricattatorie della Lega di Bossi, nell'agenda politica e di governo non figura più la "questione meridionale", ma quella "settentrionale", accompagnata dalla rivendicazione di un "federalismo fiscale" caricato di un significato punitivo verso il sud "sprecone".
Il progetto di riforma federalista, già varato dal governo Berlusconi, se attuato rischia di perpetuare, di acutizzare il divario fra nord e sud e quindi d'innescare una contrapposizione fra regioni ricche del centro nord e regioni meno sviluppate del sud che potrebbe disarticolare l'autorità dello Stato e l'unità della nazione.
Si creerebbe, così, il clima perfetto per consentire alla Lega di far passare la sua idea costitutiva di secessione del nord, mai veramente abbandonata.
Un progetto subdolo, disastroso per l'Italia e per l'Europa, che non si nutre soltanto dell'egoismo razzista di taluni gruppi improvvisamente arricchitisi, ma che fa leva su alcuni fenomeni sociali nuovi che stanno modificando il tradizionale rapporto fra nord e sud del Paese.
Fra questi, grande importanza assume l'immigrazione extracomunitaria. L'afflusso, piuttosto recente, nelle regioni del centro-nord di milioni d'immigrati ha fatto venir meno uno dei presupposti del "patto scellerato" sul quale si è fondato, dall'Unità in poi (1860), il difficile equilibrio fra nord e sud. Com'è noto, quel "patto", mai ufficialmente ammesso, assegnava al Sud una doppia funzione subalterna verso l'industria del nord: di fornitore di braccia e cervelli e di grande mercato di consumo.
Oggi, il nord, giunto ad uno stadio di saturazione del suo sviluppo e in forte competizione con altre realtà industriali europee e mondiali, alle braccia meridionali preferisce quelle provenienti dall'Africa, dall'Asia e dall'America latina.
Meglio se clandestine poiché costano meno e non hanno diritti da rivendicare.
Tuttavia, il Nord non può fare a meno del Mezzogiorno che resta pur sempre un importante mercato (circa 20 milioni di consumatori) e luogo strategico di deposito, trasformazione e distribuzione di prodotti energetici. Soltanto in Sicilia si raffina il 40 % delle benzine, mentre sulle sue coste approdano due giganteschi metanodotti provenienti dall'Algeria e dalla Libia.
Nei nuovi programmi, in corso di attuazione, è prevista, sempre in Sicilia, la realizzazione di due grandi impianti di rigassificazione e almeno di una centrale nucleare.
Insomma, il sud sempre di più acquisterà un peso decisivo nella strategia di approvvigionamento energetico del Paese.

Il Mezzogiorno ponte europeo nel Mediterraneo
Anche se la Casmez è stata abolita, l'intervento speciale nel Sud, seppure in misura ridotta, è continuato sotto altre forme. In particolare, utilizzando i vari progetti comunitari, purtroppo concepiti ed attuati in continuità col vecchio meccanismo e, pertanto, con risultati vicini allo zero.
Peccato! Poiché si è persa un'altra importante occasione per il Sud.
Infatti, oltre ad avere sprecato una gran quantità di denaro pubblico, si rischia di non cogliere le tante opportunità che si produrranno, nei prossimi anni, grazie allo sviluppo globale e multi polare nella zona mediterranea.
Il Mezzogiorno, fisicamente e storicamente proiettato nell'area mediterranea, potrebbe candidarsi a divenire zona-cerniera, ponte del partenariato e della zona di libero scambio euromediterranei.
Cambierebbe così il suo ruolo: da area emarginata a punta più avanzata dell'Italia e dell'Europa del dialogo e della cooperazione con i Paesi rivieraschi.
Inoltre, sappiamo che nel Mediterraneo, speriamo al più presto pacificato e politicamente co-gestito, si materializzerà, attraverso il canale di Suez, una fra le più sconvolgenti novità sul terreno dei rapporti economici, culturali e politici fra Europa e Asia.
Per il sud italiano, così come per altri sud europei, si apre, infatti, una prospettiva inedita, rappresentata dai crescenti flussi commerciali e finanziari provenienti dall'Asia e dall'Africa, in particolare, oggi, da Medio Oriente, Cina, India, Giappone, Oceania.
Una prospettiva che potrebbe consentire al Mediterraneo un "ritorno" al ruolo storicamente assolto fino al 1492.

Spostare a sud l'asse dello sviluppo italiano ed europeo
Ma il sud è attrezzato per intercettare, accogliere almeno una parte di tali flussi? Credo, proprio di no o solo in parte. Anche perché non supportato da una politica estera orientata a tale scopo.
La politica italiana verso il Mediterraneo continua ad essere eclettica, senza un centro, in qualche caso pittoresca, e soprattutto condizionata dagli egoismi razzistici della Lega nord.
Anche questo è un segno evidente del declino.
Una grande nazione non può, davvero, presentarsi al mondo così conciata.
L'Italia, cogliendo il nuovo clima derivato dall'elezione di Obama, deve operare una svolta nella sua politica estera, per mettere il Mezzogiorno al centro del nuovo scenario geo- economico mediterraneo che si configura come uno dei principali poli dello sviluppo mondiale di questo nuovo secolo.
D'altra parte, se si vuole uscire dalla "crisi" rinnovati bisognerà puntare sul riequilibrio produttivo del Paese, prendendo atto che lo sviluppo del nord è prossimo alla saturazione e che, quindi, soltanto il Mezzogiorno potrà garantire all'Italia una continuità di crescita razionale ed eco-compatibile.
Appare necessario, pertanto, lo spostamento a sud, verso il Mediterraneo, dell'asse dello sviluppo per delineare una prospettiva economica virtuosa, di fuoriuscita dal parassitismo e dall'illegalità.
Molto sta alla politica, ai governi, ma anche ai cittadini del Sud, perché il mezzogiorno sarà- parafrasando un pensiero di Fernand Braudel- come lo vorranno meridionali.

Una nuova politica, un nuovo pensiero
A fronte di tali, possibili sconvolgimenti va anche aggiornata l'analisi teorica e politica della realtà meridionale, per individuare nuove chiavi di lettura e nuovi strumenti d'intervento.
Riflessione necessaria anche per evitare che si accrediti nell'opinione pubblica internazionale un'idea riduttiva del Sud così com'è rappresentato da taluni libri o film di successo, compreso l'ottimo "Gomorra" di Roberto Saviano.
Bisognerebbe, pertanto, aggiornare e, se del caso, superare talune teorie politiche e sociologiche meridionaliste che non reggono più al confronto con la realtà e con le tendenze attuali.
Anche la sinistra, le forze progressiste devono compiere uno sforzo coraggioso.
Un solo esempio. Davanti a mutamenti così radicali, imprevedibili, penso sia limitativo attardarsi sulla diagnosi di Antonio Gramsci, com'è noto basata sul citato "patto scellerato" fra industriali del nord e agrari del sud, al quale contrapporre l'alleanza fra operai del nord e contadini poveri del sud.
Analisi lucidissima, ma datata. Valida per interpretare il vecchio contesto storico e politico.
Oggi, la gran parte di questi attori sociali risultano ridimensionati nel loro ruolo politico ed economico, o fortemente emarginati nell'odierno contesto. Nuovi soggetti sono entrati in campo e soprattutto si è ampliata la prospettiva del Mezzogiorno in senso globale.
Insomma, fermo restando il suo ancoraggio all'Europa, il Sud deve ripensare, anche in chiave teorica, la sua strategia di crescita che necessariamente dovrà articolarsi in senso bi-direzionale: verso la dimensione planetaria dell'economia globale e quella regionale del partenariato euro-mediterraneo. Questa è la nuova, grande sfida per i prossimi anni.

Il declino della Sicilia, il suo fatale enigma
All'interno di tale prospettiva si dovrà ricollocare il ruolo della Sicilia, grande regione europea e mediterranea, segnata da aspri contrasti e da grandi potenzialità.
Isola-baricentro del Mediterraneo, in passato sede d'incontro fra culture diverse, la Sicilia vanta una storia pluri-millenaria e un ricco patrimonio archeologico e monumentale che ne fanno uno fra i più importanti "giacimenti" culturali del pianeta.
E' da circa 40 anni che andiamo proponendo, talvolta in solitudine, un'ipotesi euromediterranea per il futuro dell'Isola. Ora tutti si scoprono "mediterranei".
Anche se, nel migliore dei casi, il Mediterraneo è argomento di conversazione, nel peggiore motivo per lucrare sui finanziamenti europei.
In questi decenni, poco o nulla si è fatto per valorizzare la naturale vocazione mediterranea della Sicilia e, soprattutto, per superare gli ostacoli interni ed esterni che ne impediscono una sua proiezione dinamica e moderna.
Quest'Isola lenta e dubbiosa verso un "progresso" invadente e livellatore, battuta dal vento di scirocco che qui giunge impregnato dell'eco torrida di lontani deserti africani, sembra chiudersi in se stessa, rientrare nel suo fatale enigma. Alla politica è subentrata la cabala per cui comanda chi meglio riesce ad interpretare il mistero.
Una fase difficile, dunque, segnata da una tendenza al declino, generale e diffuso.
Certo, anche nell'Isola si registrano cambiamenti positivi, ma non tali da allinearla, per redditi e qualità di vita, alle tendenze in atto in altre regioni italiane.
Si tratta, infatti, di poche realtà pregevoli, anche d'eccellenza, che rischiano d'infrangersi contro una sorta di "circuito dell'illegalità", eretto intorno all'Isola da forze potenti, che svilisce gli sforzi mirati a sviluppare la produzione e una moderna organizzazione dei servizi e delle professioni.
Un declino evidente accelerato da taluni passaggi cruciali, fra i quali il temuto capovolgimento di ruoli fra politica e "poteri forti", a favore di questi ultimi. Com' è successo un po' dovunque nel mondo a seguito del prevalere delle pratiche neo-liberiste, la politica ha perduto il suo primato, altre entità si sono insediate al posto di comando.
Con una differenza però che in Sicilia a comandare non sono le grandi corporazioni multinazionali, ma oscure consorterie locali.

E la palma non potrà più salire...
Nonostante questa specificità, la Sicilia non è una scheggia impazzita all'interno di un sistema sano. La sua condizione riflette l'andamento generale della situazione italiana.
Esiste, infatti, un legame forte fra l'isola e la penisola, di scambio e di reciproca influenza colto a più riprese anche dalla letteratura, soprattutto straniera.
Alcuni esempi. Goethe, nel 1787, addirittura sentenziò: "Senza la Sicilia, l'Italia non lascia alcuna immagine nell'anima: qui è la chiave di tutto". (1) Edmonda Charles Roux, premio Gongourt 1966, forse più realisticamente, ha sottolineato come : "La Sicilia, nel bene e nel male, è l'Italia al superlativo". (2) Il pensiero della Roux rende di più l'idea di una Sicilia "eccessiva" o, se si vuole, laboratorio-politico, anticipatore delle alleanze politiche nazionali.
Leonardo Sciascia intravide una "linea della palma" che dall'Isola sale verso il nord. Una dolente metafora per segnalare il pericolo di un'esportazione del "modello siciliano"verso la penisola.
Punti di vista, naturalmente. Per altro, la profezia sciasciana non potrà più avverarsi visto che le palme non potranno più salire.
Almeno da Palermo, dove stanno morendo, attaccate da un parassita (il punteruolo rosso) che, come la vendetta di un dio spietato, sta facendo strage dei rigogliosi palmizi, fin dentro il celebre Orto botanico dei borboni.

Un regime a sovranità limitata
Per queste ed altre ragioni, il solco fra La Sicilia e il Paese si allargato. Il nuovo spazio è stato occupato da un sistema di potere arcaico, familistico, parassitario e mafioso che ha bruciato le migliori risorse e prodotto una classe dirigente consociativa, oscillante fra l'astrattezza politica e il gattopardismo più deteriore.
Un sistema opprimente che ha generato un regime a sovranità limitata che ha conculcato i diritti fondamentali dei cittadini, trasformandoli in favori da concedere in cambio di voti e/o di tangenti, e sfumato i doveri dei governanti.
E dire che il molto speciale Statuto di autonomia, che fa della Sicilia "una quasi nazione", avrebbe dovuto garantire all'Isola il massimo dello sviluppo possibile.
A differenza di altre regioni autonome, quali la Val d'Aosta, il Trentino-Alto Adige, il Friuli-Venezia Giulia, la stessa Sardegna, l'Autonomia siciliana non ha prodotto i frutti sperati, ha deluso le attese, ha subito una sorte infelice: in parte non attuata e in parte abusata, stravolta.
Alla base di tale distorsione, penso ci sia un equivoco mai chiarito che di tanto in tanto riaffiora: l'autonomia invece di uno strumento di autogoverno e di crescita civile ed economica, è stata concepita come un surrogato del separatismo, per erigere intorno all'Isola un recinto, una sorta
d'anello di fuoco, dentro il quale esercitare uno spudorato dominio e bloccare di là del Faro (di Messina) le innovazioni, i cambiamenti provenienti dall'Italia e dall'Europa.

Un secolo di migrazioni
Di conseguenza, oggi vediamo una regione bloccata nel suo naturale sviluppo, avvilita dal clientelismo, dalla disoccupazione, dal lavoro nero, sfregiata dall'abusivismo edilizio e non solo.
Si vive una condizione per molti versi insopportabile, con la quale devono fare i conti i cittadini e gli imprenditori onesti, ossia la stragrande maggioranza della popolazione.
In primo luogo, i giovani ai quali resta una sola alternativa: adattarsi o fuggire. Una terza via non è praticabile. Si calcola che, nel quinquennio 2002-07, siano emigrati dall'Isola verso le ricche regioni del nord, almeno 150.000 giovani, in gran parte diplomati e laureati.
Ancora emigrazione! Per i siciliani il novecento è stato il secolo dell'emigrazione.
Sono partiti a milioni verso le più lontane contrade del mondo e insieme ad altri hanno scritto uno dei capitoli più drammatici della storia universale delle migrazioni.
Si sperava che col boom economico italiano l'esodo si sarebbe interrotto. Invece è ripreso, anche se- nel frattempo- la Sicilia è divenuta terra d'approdo e di (mala) accoglienza per centinaia di migliaia d'immigrati provenienti dal sud del mondo.
Oggi, con la recessione in atto, non sappiamo cos'altro potrà accadere.

Anche Platone se ne fuggì deluso
In questo clima di grave incertezza, molti si chiedono dove stia andando la Sicilia. Verso quale approdo, quale futuro? La risposta non è facile, anche se l'interrogativo non è più eludibile.
Il futuro è il grande assente nell'immaginario dei siciliani. Un po' tutti ne avvertono la mancanza: chi parte e chi resta.
Eppure non si chiede un avvenire mirabolante, ma un futuro da normali cittadini europei, una prospettiva migliore di questo opaco presente.
Ai siciliani questo futuro è stato negato, rubato perciò preferiscono guardare al passato. Pensano e parlano al passato. Addirittura, nella parlata locale per indicare il futuro si usa il (verbo) presente.
Ostentano un orgoglio, talvolta smisurato, per il loro passato visto come una sorta di eternità volta all'indietro nella quale, come nota Pessoa "ciò che passò era sempre meglio".
Ovviamente, questa assenza di futuro non è una devianza grammaticale, ma la spia di un disagio psicologico collettivo che nasce dall'esperienza storica e spinge i siciliani a rifugiarsi in un mondo sepolto, mitizzato, ritenuto, più a torto che a ragione, migliore dell'attuale.
C'è chi chiama tutto ciò "pessimismo" inveterato, connaturato. Anche contro Leonardo Sciascia, per il quale la Sicilia era "irredimibile", fu lanciata questa accusa che lo scrittore respinse con serena fermezza: "Come mi si può accusare di pessimismo se la realtà è pessima?" (3)
In realtà, non si tratta di un'inclinazione pessimistica dei siciliani, ma della percezione di un male oscuro che permane nel tempo, fin dagli albori della storia siciliana, già durante la splendida civiltà siculo- greca.
Significativa appare, a questo proposito, la "Settima lettera" di Platone (autentica o meno che sia) nella quale il sommo filosofo chiarisce le ragioni che lo spinsero a viaggiare, per ben tre volte e in condizioni drammatiche, da Atene a Siracusa per aiutare il suo discepolo Dione ad insediare in Sicilia la sua "Repubblica".
Tentativi falliti, miseramente. Com'è noto, il filosofo, per salvarsi, fuggì precipitosamente dalla Sicilia, portandosi dietro l'amarezza della delusione patita: "Mi sembrava difficile dedicarmi alla politica mantenendomi onesto..."
Insomma, anche nei tempi antichi la vita politica siciliana era piuttosto inquinata. Oggi la situazione è mutata, ma temo in peggio. Se Platone ritornasse per la quarta volta nella Trinacria avrebbe ben altro di cui lagnarsi.

Cambiare si può, si deve
Per concludere. La Sicilia ha un grande bisogno di libertà e di un forte recupero della sua identità culturale e storica che, senza scadere nella velleità indipendentista,
per altro dolorosamente sperimentata,
ridia ai siciliani il senso della loro storia e quindi la responsabilità di costruire un futuro di progresso nella legalità.
Si può fare. Importante è partire, riavviare la ricerca e la cooperazione fra tutte le forze sane dell'Isola che resistono ed attendono un segnale di autentica liberazione.
Ma i siciliani desiderano il cambiamento?
Talvolta parrebbe di no.
Si accetta di vivere, rassegnati, in una società immobile, individualista che tende ad escludere i settori più problematici, compresi i suoi figli ventenni.
In realtà, la maggioranza dei siciliani non è contenta di tale condizione, anzi la vive nell'angoscia,
come nell'attesa del crollo.
C'è una contraddizione latente fra consenso politico e spirito pubblico che nasce dallo scetticismo verso ogni ipotesi di cambiamento, verso un sistema politico, affaristico e consociativo, tale da far della Sicilia una regione "senza governo e senza opposizione".
Tuttavia, sperare si può, si deve. Anche attraverso una sorta di autocoscienza collettiva. Tutti devono riflettere sulle condizioni e le sorti future della Sicilia, ripensare le loro azioni.
Tutti e di più. Anche i mafiosi, ossia coloro che rappresentano il "male assoluto".
A questa gente, ferme restando le responsabilità penali, bisogna provare a chiedere di riflettere sugli errori e sugli orrori commessi, ponendosi dal punto di vista di chi li ha subiti, per capire il dolore degli altri e cambiare rotta.
Soprattutto dovranno meditare e cambiare registro tutti coloro che hanno abusato del potere loro conferito dalla legge e dagli elettori. Alla Sicilia bisogna offrire una nuova chance.
Qualcosa si muove sotto la superficie di questo mare cupo e limaccioso. Si agitano insofferenze e fermenti di cambiamento, s'intravede come una linea di riscatto in emersione attorno alla quale aggregare e mobilitare forze e risorse in grado di spezzare il circuito dell'illegalità, per riacquistare il futuro.

LA QUESTIONE MERIDIONALE

8 regioni, suddivise in 28 province, che rappresentano il 75% delle acque territoriali, il 41% della superficie e il 35% della popolazione italiane.

Un territorio carico di storia e di cultura, ma segnato da acute contraddizioni sociali ed economiche che parevano insanabili per via ordinaria.

Tanto che, agli inizi degli anni '50, la politica italiana decise di affidare il Sud alle cure di un ministero ad hoc istituito e agli interventi operativi speciali della Cassa per il Mezzogiorno (Casmez).

Da allora ad oggi qualcosa è cambiato in meglio, tuttavia la questione meridionale resta come palla al piede dell'Italia.
Se non altro perchè è rimasto immutato il divario col Nord.

Recenti dati Istat ci dicono che l'apporto del Sud alla formazione del PIL italiano è stato nel 2007 del 23,8% mentre nel 1979 era del 24,0%.

Addirittura una leggera flessione che segnala il permanere di una difficoltà di fondo che acuisce il disagio sociale e scoraggia gli investimenti italiani e soprattutto stranieri.

Secondo l'ultimo rapporto Svimez, nel 2006, solo lo 0,66% degli investimenti diretti esteri sono stati allocati nel Sud mentre il 99,34% si é orientato verso il centro nord.

All'interno del dato globale di segno negativo, si registrano significativi progressi a macchia di leopardo, concentrati specialmente nelle 4 regioni più piccole che stanno "fuoriuscendo" dal Mezzogiorno.

La svolta riguarda Abruzzo, Molise, Basilicata e Sardegna che, nel 2007, hanno fatto registrare un Pil pro-capite superiore alla media meridionale attestatasi su 17.552 euro.

I fattori di tale performance sono molteplici: innovazione, prossimità con i mercati, efficienza dell'infrastrutture e dei servizi, ecc. Tuttavia, il fattore più influente, e unificante, sembra essere l'assenza del predominio mafioso sui loro territori.

L'esatto contrario di quanto si verifica nelle rimanenti regioni Calabria, Sicilia, Campania e Puglia, tutte al di sotto della media del Pil, segnate da una soffocante presenza della criminalità organizzata (rispettivamente: Ndrangheta, Cosa Nostra, Camorra e Sacra Corona Unita) che condiziona l'economia, l'amministrazione e, in una certa misura, la società civile.


Note:
(1) Johann W. Goethe in "Viaggio in Italia", Garzanti Editore, 1997
(2) Edmonda Charles Roux, "Oublier Palerme", ed. Grasset, Paris, 1966
(3) Leonardo Sciascia "La Sicilia come metafora" (intervista di Marcelle Padovani),
Arnoldo Mondadori Editore, 1979
4) A. Spataro in "La Repubblica" del 17/4/2004

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Riforma del processo penale "dimezzati" i PM

L'opera della maggioranza non è conclusa. Il premier Silvio Berlusconi ha già tracciato il prossimo passo: l'abolizione del secondo e del terzo grado per chi viene assolto in primo. Poi verrà tutta la parte delle modifiche costituzionali, a cominciare dal Consiglio superiore della magistratura.
Il Consiglio dei ministri alla fine approva il disegno di legge sul processo penale. Si tratta di cinque deleghe, in parte ritocchi "di servizio", in parte norme che incidono pesantemente sui procedimenti. Praticamente dimezzate le prerogative dei pubblici ministeri, la Lega ottiene l'elezione dei giudici. Pd e Idv duri, l'Udc contesta solo il metodo.
Tornando alle misure di oggi, la parte più attesa rispecchia pienamente le indiscrezioni. C'è la modifica del rapporto tra pm e polizia giudiziaria, ed è esattamente - niente di più, niente di meno - una limitazione dei poteri dei primi. Il pm "non può più prendere cognizione diretta delle notizie di reato. Si limiterà a riceverle dalla polizia giudiziaria". Quest'ultima "godrà di maggiore autonomia, così da poter svolgere investigazioni anche autonome rispetto a quelle delegate dal pm".

E' passato in secondo piano visto il duro scontro istituzionale che si è sviluppato sul caso di Eluana Englaro, ma si tratta comunque un provvedimento atteso e, come previsto, contestato.
Il Consiglio dei ministri di oggi (venerdì) è riuscito alla fine ad approvare il tante volte rinviato disegno di legge di riforma del processo penale.
Il ministro della Giustizia, Angelino Alfano, ha rivendicato l'ascolto e l'accoglimento di alcune proposte dell'opposizione e dell'Associazione nazionale dei magistrati.
Non sono dello stesso avviso Partito democratico, Italia dei valori e Udc, che hanno subito contestato il metodo e il merito del ddl, articolato in cinque deleghe che il governo chiede al Parlamento per approfondire la materia.
Ci sono norme "di servizio" come il riordino delle comunicazioni e delle notificazioni del procedimento penale e delle audizioni di testimoni nel corso dei processi e a distanza, la digitalizzazione dell'amministrazione della giustizia,
la sospensione del processo celebrato in assenza dell'imputato.
C'è l'accoglimento, ancora di una volta, di un principio fortemente voluto dalla Lega nord: l'elezione dei giudici,
limitata ai viceprocuratori onorari presso il giudice di pace.
Ma ci sono soprattutto una serie di misure che incidono sull'organizzazione e la struttura del processo penale.
In generale, fanno pendere maggiormente il processo dalla parte della difesa.
Secondo la maggioranza ce n'era bisogno, secondo Pd e Italia dei valori no,
a mio modesto avviso, si. Meglio un colpevole fuori che un'innocente dentro.
Ritengono che l'articolo 111 della Costituzione (quello sul giusto processo) sia già applicato dalla leggi in vigore. I democratici (almeno la parte che detiene l'onere della gestione del dossier, a cominciare dal ministro ombra Lanfranco Tenaglia) si sarebbero limitati a qualche modifica di funzionalità, per rendere il servizio più efficiente.
E' previsto "un maggiore controllo sulle richieste di emissione di provvedimenti cautelari formulate dal pm"
assicurato tramite il visto obbligatorio del capo dell'ufficio. La polizia giudiziaria "potrà compiere tutti gli atti urgenti anche dopo che il pm ha assunto la direzione delle indagini e svolgere di iniziativa propria ogni attività necessaria ad accertare reati". Salvo casi particolari,
"la pg svolge le indagini e relaziona al pm entro sei mesi" mentre per accertamenti tecnici, interrogatori o confronti con l' indagato dovrà farsi autorizzare dal pm.
Sembra finita un'era di dominio incontrastato dei PM.
Se queste riforme complessivamente saranno un bene o un male lo vedremo solo nell'applicazione pratica
.





In mezzo secolo di proporziale puro, abbiamo risolto il problema?

Il PdL, negli ultimi giorni, ci sta annunciando che il metodo delle liste bloccate alle Europee 2009 è prassi fra i Paesi UE grandi e medi, e quindi dobbiamo averlo pure noi (non capisco perché, ma tralasciamo). Ebbene, il PdL ha ragione. Ma con molti ma. Se vogliamo prendere ad esempio gli altri Paesi, prendiamoli fino in fondo e non come piace a Bocchino e Cicchitto. Per questo ho deciso di dare uno sguardo ai sistemi elettorali usati alle elezioni europee del 2004.

Allora cominciamo a supporre quali sono questi Paesi grandi e medi. In questa lista assumerò che siano medi/grandi tutti i Paesi che eleggono più di 29 parlamentari europei (che è la media dei parlamentari per nazione - 785/27; il dato coincide con la popolazione media e con il grado d’influenza).1 Dunque, nell’ordine: Germania, Regno Unito, Francia, Italia, Spagna, Polonia, Romania.

Di questi sette, la Romania non ha votato nel 2004, quindi non posso prenderla in considerazione. Dei rimanenti sei, solo l’Italia ha usato le preferenze. Ne rimangono cinque.

Cominciamo dalla Germania: Liste bloccate con sbarramento al 5%. I seggi vengono assegnati a livello nazionale, e

soprattutto il metodo di calcolo è l’Hare-Niemeyer, che favorisce i partiti più piccoli rispetto al metodo d’Hondt o dei più alti resti (che se non ricordo male, viene usato da noi2 );

Spagna: Liste bloccate senza sbarramento, metodo d’Hondt;

Polonia: Liste bloccate con sbarramento al 5%, metodo Hare-Niemeyer.

Insomma, o non c’è lo sbarramento oppure c’è ma con dei correttivi per favorire i partiti minori che comunque superano lo sbarramento. La situazione non cambia negli altri Paesi che utilizzano le liste bloccate. O non c’è lo sbarramento, o è al 3% o ha dei correttivi per favorire le minoranze che superano il 5% (salvo un paio di eccezioni, se non sbaglio, ma si tratta di Paesi “non medi”). Va anche detto che altrove il quadro politico non è frammentato come da noi, e che mentre altrove i partiti si sono uniti in modo naturale in grandi formazioni che superano “naturalmente” anche il 40%, da noi è stata necessaria una legge elettorale che ha cancellato vari partiti “storici” grazie a sbarramenti assurdi.

Quindi per quanto mi riguarda non ha senso per noi copiare gli altri.

Comunque, in conclusione, è vero che negli altri Paesi “simili a noi” ci sono le liste bloccate, ma in quegli stessi Paesi ci sono correttivi che evitano un’eccessiva concentrazione. Quel che il PdL vuole fare, invece, è proseguire nell’opera di cancellazione dei partiti minori, non solo quelli che già non sono in Parlamento, ma anche per quelli che ci sono (ed è normale pensare all’IdV di Di Pietro, che in base alle ultime elezioni è al 4%, che farebbe compagnia all’Mpa fra i partiti
che finirebbero fuori dal Parlamento Europeo, ma che sono dentro il Parlamento italiano). Dopo i comunisti, insomma, l’obiettivo di Berlusconi è far fuori “l’orrore Di Pietro”. Diciamolo chiaro e tondo.

Anzi, l’obiettivo di Berlusconi, come avevo detto mesi fa, è anche quello di non far prevalere AN nei rapporti di forza.

Se si tenessero le preferenze, AN, grazie al maggiore radicamento sul territorio, riuscirebbe a fare un risultato migliore e

Forza Italia ne uscirebbe indebolita. È in quel senso che va vista la minaccia lanciata oggi: «o nuova legge o preferenze».

Voi chiederete: e che minaccia è? Facile: anche il PD è bello e spaccato, e le preferenze potrebbero favorire i dalemiani sui veltroniani. Non solo: i partiti che verrebbero eliminati dal nuovo sbarramento stanno prevalentemente a sinistra, quindi toglierebbe voti al PD. Berlusconi, insomma, ha minacciato Veltroni, ricordandogli che è meglio anche per lui.

Ma in realtà è a Berlusconi che serve la nuova legge, soprattutto dal lato preferenze (che gli frega, in effetti, dello sbarramento?).

Infine va ricordata una cosa: anche se alle Europee si hanno liste bloccate, gli altri Paesi consentono ancora la scelta del candidato al cittadino durante le altre elezioni (solitamente, collegi uninominali). In Italia, invece, questo non succede.

Ribadisco: se vogliamo prendere a esempio gli altri Paesi prendiamoli pure, ma non solo per quello che piace a noi, ma anche per tutto il resto.

Per fortuna l’Europa obbliga ad usare il proporzionale puro, altrimenti ci saremmo trovati anche un premio di maggioranza. E allora il “Porcellum II - la vendetta di Calderoli” sarebbe servito.


Il Trattato di Lisbona, se dovesse entrare in vigore, prevede un numero inferiore di parlamentari, ma le cose non dovrebbero cambiare molto; in ogni caso, se dovesse succedere, ripubblicherò questo post, ovviamente aggiornato, nel gennaio 2009, quando presumo se ne saprà di più. [..] nel 2007 si tentò di introdurre il metodo Hare-Niemeyer anche in Italia, ma credo che non se ne sia fatto niente; questo metodo, si legge nel testo linkato, «è tra le più proporzionali esistenti giacché interviene dopo l’applicazione della soglia» [..]

Regno Unito: Liste bloccate senza sbarramento, metodo d’Hondt.

Francia: Liste bloccate con sbarramento al 5% a livello regionale, metodo d’Hondt


Personalmente ritengo che qualsiasi sbarramento è meglio di quello che abbiamo visto in 50 anni di "...democrazia.." col proporzionale puro.
Rispettoso del punto di vista altrui ed anche considerando che c'è un correttivo che metterebbe tutti d'accordo, adotterei il metodo D'Hont.
Certo il ricordo delle liquidazioni percepite dai partiti eliminati alle ultime elezioni politiche è ancora troppo recente , il dubbio che ci sia solo una questione d'interesse personale è più che legittimo.

A monte di tutto c'è sempre il problema di non poter votare il nome del candidato per le politiche.

Metodo D'Hondt

Non diciamolo sottovoce

COME SI CAMBIA - Fino al giorno prima era il paladino della contro informazione, eroe dei disubbidienti, degli anti-berlusconi, dei “Vaff-People“, di tutti quelli convinti di essere impegnati a realizzare la rivoluzione che porterà giustizia sociale, moralità politica, mercato equo-solidale e potere al popolo degli oppressi. Ma da quel momento le cose sono cambiate: “Marco Travaglio, un altro filo-sionista che si schiera” (Comunità Comuniste su Indymedia); “…di tradimento si tratta, senza ombra di dubbio, e cioè tradimento della propria coscienza, delle proprie facoltà intellettive, e del proprio mestiere… I traditori nostrani abbondano, particolarmente nelle fila dell’ala ‘progressista’. Marco Travaglio guida oggi il drappello, che vede:

Furio Colombo,Gad Lerner, Umberto Eco, Adriano Sofri, Gustavo Zagrebelsky, Walter Veltroni, Davide Bidussa…

Ciò che conta è il danno che costoro causano, che è, si badi bene, superiore a quello delle armi, delle torture, delle pulizie etniche, del terrorismo.

Molto superiore...” (Paolo Barnard su Comedonchisciotte) e così via, con i due articoli di Comunità Comuniste e di Barnard spalmati letteralmente per tutta la galassia dei siti della cosiddetta contro-informazione o informazione alternativa.

Da eroe a traditore: così il popolo “impegnato” etichetta chi esprime opinioni fuori dal suo coro.

La voce rimbalza tra i siti della cosiddetta “informazione alternativa“: Marco Travaglio ha tradito. L’accusa si basa su un commento con il quale il noto giornalista e scrittore ha risposto a un lettore che gli scriveva sulla questione dell’intervento militare israeliano a Gaza:

“Israele non sta attaccando i civili palestinesi. Israele sta combattendo un’organizzazione terroristica come Hamas


che, essa sì, attacca civili israeliani (di origine ebraica e palestinese, cittadini di uno Stato discutibile finchè si vuole, ma democratico). Da tre anni, dopo il ritiro di tutti i soldati israeliani dalla Striscia, quel che accade a Gaza non è più responsabilità di Israele, ma del governo di Hamas, che anzichè lavorare a costruire lo Stato palestinese, s’è occupato di distruggere quello di Israele. L’ultima volta l’ha fatto un mese fa violando unilateralmente la tregua a suo tempo firmata e riprendendo il lancio di missili su centri abitati e uccidendo civili, anche bambini. Di qui la reazione di Israele“. Tanto basta a condannare Travaglio senza appello.


TUTTO PER UNA MAIL - Eppure, il commento di Travaglio non era una dichiarazione pubblica, ma una semplice mail. Un certo Ciro, fan di Grillo che scrive da un “meetup” dell’Aquila, aveva inviato a Travaglio una mail in cui stigmatizzava un intervento pubblico del giornalista contro il defunto Bettino Craxi: “…la stimo molto per il suo coraggio di attaccare i potenti corrotti, le devo dire che non condivido affatto la sua posizione pro Israele. Nell’ultimo passaparola dedicato a Craxi lei ha definito giustamente i terroristi palestinesi del sequestro dell’Achille Lauro degli assassini ma non ha recriminato nulla alla storia criminale e terrorista di Israele…“. Ora, la lettera di Ciro è delle 16:07 dell’ 8 gennaio. La risposta di Travaglio è delle 17:15 dello stesso giorno. Lo scambio di corrispondenza, peraltro, è stato “girato” attraverso la redazione del sito Chiarelettere. Travaglio ha risposto, in pratica, nel giro di mezz’ora. E lo ha fatto a una lettera che lo accusava di non aver citato il “terrorismo di Israele” in un contesto nel quale si parlava di tutt’altro, ossia del ruolo di Craxi nella vicenda del sequestro dell’Achille Lauro. Le due cose sono del tutto scollegate ed è chiaro che il signor Ciro - nel metterle in relazione tra loro - sembra proprio voler giustificare l’episodio dell’assassinio di un povero paralitico ebreo avvenuto durante quel sequestro. Non c’è da meravigliarsi che Travaglio sia stato brusco e netto nella risposta. Per di più, la sua è una risposta privata. Pubblicare il contenuto di una mail privata non è un bel gesto: non risulta che il sig. Ciro abbia chiesto a Travaglio il permesso di pubblicare la mail, né risulta che qualcuno si sia chiesto se la lettera fosse autentica e provenisse effettivamente da Travaglio. Talvolta chi ha un grosso traffico di mail ne delega la gestione a qualche collaboratore. Più di tutto, in una mail privata, così come in una conversazione privata, capita di parlare senza pesare troppo le parole: magari a Bertinotti sarà capitato di dire che anche se aboliscono la proprietà privata, lui si terrà il suo guardaroba… Invece, sembra che l’intero Web “alternativo” non aspettasse altro per saltare addosso a Travaglio, ed il motivo è semplice: in passato Travaglio aveva già espresso le sue simpatie per Israele, sin da tempi “non sospetti” e nonostante lo avesse fatto in modo critico e ragionato, tanto bastava per preparare le asce da utilizzare alla prima occasione. E l’occasione è questa, mentre in TV scorrono le immagini di morte e distruzione provenienti da Gaza.

TUTTO O NIENTE - Non c’è niente di male a criticare la posizione di Travaglio o a dissentire dalla sua opinione.
Marco Travaglio non è mica un vate infallibile, è un giornalista come altri, con le sue opinioni e le sue convinzioni. E’ del tutto normale che su qualcosa si sia d’accordo, su qualcos’altro no.
Che bisogno c’è di dargli del “traditore” e del “sionista“, solo perché non si condivide la sua posizione sull’argomento? L’aspetto più sconcertante della vicenda sta proprio in questo atteggiamento, nella pretesa e nella presunzione che una persona debba essere necessariamente del tutto conforme al proprio pensiero, altrimenti è un nemico, un traditore, un sionista. E si badi bene:
Travaglio di errori ne fa e qualcuno è anche abbastanza maligno da avergli procurato un po’ di noie in Tribunale.
Ma questi errori sono perdonati dal popolo “alternativo“, anzi, sono giustificati, sono approvati: favoriscono “la causa“. Se però Travaglio sbaglia o peggio esprime un’opinione che non favorisce “la causa“, allora non va bene, non si può perdonare: è un nemico.
La faccenda ricorda più l’indottrinamento e l’esaltazione di un fondamentalista pronto a farsi saltare in aria in mezzo alla gente o di un regime assolutistico in cui ogni divergenza di opinione è spietatamente punita, piuttosto che gli ideali di giustizia sociale e indipendenza dell’informazione cui questi siti e questi autori dicono di ispirarsi. E’ difficile immaginare che questa gente, ove un domani riuscisse a conquistare il “potere“, possa consegnarci un mondo più libero e democratico di quello in cui viviamo!
C’è anche da chiedersi quanti giovani e quante persone, intrappolati da questa cultura assolutistica, siano costretti a nascondere le proprie divergenze di opinione rispetto al “verbo“, per non essere esclusi dal contesto sociale che frequentano. Magari c’è gente che tra una marcia pacifista e un evento equo-solidale avrebbe una gran voglia di lasciare la kefiah nell’armadio e addentare un cheeseburger dopo aver visto al cinema l’ultimo film di Bruce Willis… ma guai a farlo:sarebbe un nemico, un traditore della causa, un agente della CIA o un sionista assassino.

Intanto ci gustiamo le manifestazioni a Milano....
chi organizza queste manifestazioni, un gruppetto di arabi, non credo proprio.

30 Anni dall'uccisione di Mario Francese giornalista scomodo a cosa nostra

Mario Francese (Siracusa, 6 febbraio 1925 – Palermo, 26 gennaio 1979) è stato un giornalista italiano, assassinato dalla mafia.
Francese iniziò la carriera come telescriventista dell'Ansa, successivamente passò a giornalista e scrisse per il quotidiano "La Sicilia" di Catania. Di simpatie monarchiche, nel 1958 viene assunto all'ufficio stampa dell'assessorato ai Lavori Pubblici della Regione Siciliana. Nel frattempo intraprese la collaborazione con "Il Giornale di Sicilia" di Palermo. Nel 1968 si licenzia dall'ufficio stampa per lavorare a pieno nel giornale dove si occupa della cronaca giudiziaria entrando in contatto con gli scottanti temi del fenomeno mafioso.
Divenuto giornalista professionista si occupò della strage di Ciaculli, del processo ai corleonesi del 1969 a Bari, dell'omicidio del colonnello dei carabinieri Giuseppe Russo e fu l'unico giornalista a intervistare la moglie di Totò Riina, Antonietta Bagarella. Nelle sue inchieste entrò profondamente nella analisi dell'organizzazione mafiosa, delle sue spaccatture, delle famiglie e dei capi specie del corleonese legato a Luciano Liggio e Totò Riina. Fu un fervente sostenitore dell'assassinio di mafia per il caso di Cosimo Cristina. La sera del 26 gennaio 1979 venne assassinato a Palermo, davanti casa.
Per l'assassinio sono stati condannati:Totò Riina, Leoluca Bagarella (che sarebbe stato l'esecutore materiale del delitto), Raffaele Ganci, Francesco Madonia, Michele Greco e Bernardo Provenzano . Le motivazioni della condanna nella sentenza d'appello furono: «Il movente dell' omicidio Francese e' sicuramente ricollegabile allo straordinario impegno civile con cui la vittima aveva compiuto un'approfondita ricostruzione delle piu' complesse e rilevanti vicende di mafia degli anni '70».
http://it.wikipedia.org/wiki/Mario_Francese

Giornalisti uccisi da cosa nostra
La libertà dell'informazione e soprattutto di quell'informazione impegnata a far crescere la cultura della legalità e che, anche negli ultimi tempi, è sottoposta agli ennesimi tentativi di controllo e censura, ripropone il dilemma del ruolo reale che il giornalismo può assurgere nella lotta per la verità. Ed il caso di ricordare la storia di coloro i quali credendo fermamente nel ruolo del giornalismo nella lotta alla criminalità, nella lotta alle mafie, hanno immolato la propria vita. Sei i giornalisti caduti sotto il piombo della mafia. Sei storie diverse ma accomunate da un comune tragico destino e dalla comune esigenza di verità.
Dal primo omicidio che risale al lontano 5 maggio 1960 di
Cosimo Cristina,
http://it.wikipedia.org/wiki/Cosimo_Cristina
collaboratore con "L'Ora"di Palermo all'omicidio di Beppe Alfano, corrispondente del quotidiano di Catania"La Sicilia" avvenuto l'8 maggio 1993. Il cadavere di Cosimo Cristina venne trovato in una galleria ferroviaria ed archiviato quale"suicidio". Solo dopo alcuni anni il vicequestore Angelo Mangano, divenuto in seguito famoso per l'arresto di Luciano Liggio, volle indagare richiedendo l'esumazione del cadavere per supportare la tesi che non fosse suicidio ma omicidio: Un mistero fra i tanti misteri non risolti della Madonne di Sicilia. Pochi giorni prima di morire Cristina pubblicò un articolo su un periodico autoprodotto"Prospettive Siciliane" nel quale ricostruì un delitto di mafia avvenuto a Termini Imerese.
Il 16 settembre 1970 viene prelevato sotto casa a Palermo
Mauro De Mauro.
http://it.wikipedia.org/wiki/Mauro_De_Mauro
Da allora scomparve nel nulla. Cronista di razza, per conto del quotidiano del pomeriggio,
"L'Ora" di Palermo,
(un quotidiano nato intorno al 1900 a Palermo e chiuso dopo svariati attentati)

venne eliminato molto probabilmente perché aveva scoperto la verità sulla morte di Enrico Mattei, il presidente dell'Eni schiantatosi nel 1962 con il suo aereo nelle campagne di Bescapè, con una dinamica dai mille misteri. Aveva appena pubblicato una interessante inchiesta sui rapporti fra mafia e gruppi eversivi. Di recente alcuni pentiti di 'ndrangheta affermarono che il corpo del giornalista era stato seppellito sull'Aspromonte, ma non è stato possibile a tanti anni di distanza, verificarne l'attendibilità.
Il 9 maggio 1978, nello stesso giorno in cui venne ritrovato il cadavere di Aldo Moro, venne rinvenuto il corpo dilaniato da un esplosione di
Peppino Impastato,
http://it.wikipedia.org/wiki/Peppino_Impastato
che, pur non essendo iscritto all'albo dei giornalisti, iscrizione che gli venne tributata alla sua memoria, venne ucciso dalla mafia anche per la sua attività di denuncia condotta con "Radio Out".
Giuseppe Fava,
http://it.wikipedia.org/wiki/Giuseppe_Fava
giornalista, venne assassinato il 5 gennaio 1984 nei pressi del Teatro Bellini di Catania. Aveva fondato "I Siciliani", un giornale aggressivo che attaccò frontalmente i grandi gestori degli appalti di Catania, in odor di mafia.
Il 25 settembre 1985 viene eliminato dai sicari della Camorra,
Giancarlo Siani
a soli ventisei anni. Corrispondente de "Il Mattino" di Napoli aveva denunciato alcuni traffici di Torre Annunziata. Per la sua morte sono stati condannati quali mandanti i boss Valentino Gionta e Angelo Nuvoletta.
L'8 gennaio 1993 cadeva sull'altare della lotta contro i poteri mafiosi
Beppe Alfano,
http://it.wikipedia.org/wiki/Beppe_Alfano
corrispondente del quotidiano"La Sicilia" da Barcellona Porto di Gozzo, un popoloso comune del parco dei Nebrodi in provincia di Messina. Ebbe il coraggio di pubblicare i lati oscuri dei grandi appalti pubblici dell'asse Messina– Palermo.

Tutti giornalisti uccisi

SENZA MINACCE PREVENTIVE,
SENZA PREMI NOBEL
SENZA GUADAGNI LETTERARI

a parte il caso di Impastato che essendo figlio di un mafioso ha goduto di "questo privilegio", prima di essere assassinato.
Perchè una cosa è sicura.
cosa nostra non mandava avvisi,
chi andava contro le sue regole veniva condannato e ucciso senza appello.

Un anno è passato

Un 2008 trascorso dopo un periodo lungo quasi 10anni, solo oggi, a posteriori, senza timori di provocare depressione in chi ci legge, ne parliamo liberamente.
Il decennio trascorso iniziava in sordina con la crisi provocata dall’introduzione dell’informatica nell’organizzazione della produzione di beni e servizi e con la conseguente abolizione dei ritmi temporali convenzionali fissati sulla base della fatica umana, e proseguiva, negli anni successivi, fra lo stordimento indotto dalla cosiddetta globalizzazione dei mercati e non solo, ma dell’intero sistema economico mondiale.
Quando poi, in base all’ipotesi di un tecnico informatico, alla vigilia del traghettamento dal vecchio al nuovo millennio si diffuse la bagarre per quel che passò nelle cronache mediatiche con la sintetica formula del “millennium bug” (s’ipotizzava, alcuni lo davano per certo, che nell’attimo in cui le lancette degli orologi sarebbero passate dall’anno 1000 all’anno 2000 sarebbe accaduta una catastrofica infezione di tutti i sistemi computerizzati in modo tale che la produzione di beni e servizi si sarebbe bloccata in tutto il mondo .
Conseguenza? L’impoverimento dell’umanità, che sarebbe tornata all’età della pietra, alle guerre tribali, e presto, molto presto, sarebbe stata la fine.
Non accadde nulla.
L’uomo aveva dimostrato di essere l’animale più intelligente, più forte, più ricco, più potente della terra, aveva annullato uno dei termini della formula einsteiniana della relatività, presto molto presto avrebbe conquistato il bene dell’immortalità.
Incominciava il decennio della corsa forsennata, della crescita permanente ed infinita, senza ostacoli ma senza obiettivi.
Le regole di mercato, del negozio, del sinallagma, del do ut des, vennero sovvertite. O piuttosto, poiché nel concetto di sovversione c’è il concetto di cambiamento, di sostituzione, esse, quelle regole, non vennero sostituite, al loro posto ci fu il nulla.
Cambiava il significato stesso di ricchezza. Non beni reali, non accumulo di segni monetari e nemmeno di segni cartacei. Ma segnali elettronici in continua modificazione .
Gli economisti , cioè quegli scienziati , che si sono assunti il compito di capire dove va il mondo dell’economia un attimo prima dell’uomo economico e dell’uomo politico e di suggerir loro il da farsi ,non ce l’hanno fatta .Non hanno capito in tempo che non esistevano più riferimenti scolastici o di dottrina. Adamo Smith ,Davide Ricardo, Engels , lo stesso Marx , sono morti e sepolti, ed anche John Mainard Keynes e Kenneth Galbraith .
Rimaneva la teoria della crescita permanente e la pratica del levarege: maggiore è il debito più grande è il credito. Più si ha credito più si è in grado di produrre beni per il soddisfacimento di bisogni inesistenti o fasulli a prezzi sempre più alti.
I governanti, eccetto che in Cina, permisero l’uso a piene mani del leverage, specie negli Stati Uniti. Il resto del mondo li imitò.
E siamo ai giorni nostri. Senza governance, le bolle speculative si sono susseguite. Dal barile di petrolio greggio, al rame, dalla tazzina di caffè, il chilo di pane o di pasta, i prezzi sono lievitati in modo ingiustificato.
Si è parlato di inflazione , si è detto che le famiglie degli impiegati e degli operai non riuscivano a soddisfare la domanda per soddisfare i bisogni primari oltre la terza settimana del mese; per un’improvvisa riduzione del potere d’acquisto, si disse. Ma non è così.
La verità è che la massa monetaria disponibile non è congrua rispetto al crescente speculativo ed incontrollato incremento dei prezzi al consumo.
Sarebbe stata deflazione se in questi ultimi mesi di quest’anno di svolta non fosse intervenuto un fenomeno imprevisto e forse imprevedibile: i prezzi scendono e il consumatore medio ha ricominciato a bere. I negozianti, che ne avevano limitato la costituzione per il timore di un crollo delle vendite , stanno, in questi giorni, ricostituendo le scorte di magazzino quasi del tutto prosciugate durante le giornate natalizie. Si attende la controprova alla fine dell’anno.
Che avverrà? Occorrerà che i governi tornino a governare l’economia. Occorrerà tornare alla sana competizione dell’economia reale. Bisognerà tornare a Keynes e Galbraith. Bisognerà tornare ai grandi investimenti pubblici sull’ammodernamento delle infrastrutture poste alla base delle civiltà contemporanee. Bisognerà impegnarsi, i singoli e i governi, per salvare, mentre siamo in tempo, un grande bellissimo Continente che muore: l’Africa.